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Cronologia grottagliese dell’Età Moderna

I secoli XVI e XVII, rappresentano un periodo storico di importanza fondamentale per le vicende feudali, per la vita religiosa e per lo sviluppo economico, sociale, culturale e artistico della città.
Nel 1497, la Terra di Grottaglie fu concessa da Re Federico a Giovanni Scriva, Oratore dei Serenissimi Re di Spagna per sé e successori.
Nel 1507, Re Cattolico, in virtù di “capitolazione di pace”, donò detta Terra alla magnifica Isabella d’Aragona, duchessa di Milano.
Nel 1524, successe Bona Sforza di Aragona, Regina di Polonia, figlia di Isabella d’Aragona.
Nel 1558, pervenuta alla Regia Corte fu venduta a Lucchesino Dè Lucchesinis e alla Magnifica Porzia Filomarino, la quale la rivendette direttamente al Magnifico Piscicello.
Nel 1574, la Regia Corte asserendo competerle il diritto di ricompra da Alfonso Piscicello, lo vendette a Giovanni Jacopo Cosso.
Nel 1588, fu venduto lo stesso diritto ad Antonio Acquaviva.
Nel 1589, la Terra di Grottaglie fu venduta libera ad Antonio Carafa.
Nel 1622, Federico Carafa di Nocera, Barone delle Grottaglie, figlio di Tommaso, vendette libera la Terra di Grottaglie ad Ippolita Pappacoda di Noya e quest’ultima la rivendette a Marcantonio Muscettola.
Nel 1623, Marcantonio Muscettola vendette la Terra di Grottaglie a Gregorio Castelli di Genova.
Nel 1643, Gregorio Castelli vendette la Terra di Grottaglie, per scudi 50.000, a Vincenzo Velluti e Geronimo Andreijm.
Nel 1646, Vincenzo Velluti, nobile fiorentino, donò la Terra di Grottaglie a Francesco Velluti suo figlio primogenito.
Nel 1659, Francesco Velluti la vendette a Giovanni Battista Cicinelli, Principe di Cursi.
Successivamente, il 22 marzo 1660, ne prese possesso, per atto di Notar Marcantonio Renzo di Lecce e strumento di ligio omaggio, Notar Mario Cataldo dell’Amendolara di Taranto.
Tutti questi regnanti non dimorarono affatto (ad eccezione dei Cicinelli), o lo fecero solo di rado, in Grottaglie.
La Mensa Arcivescovile possedeva, oltre ai tanti beni, una vasta tenuta in località della Mutata chiamata “selva”, confinante con le terre di Martina e Ostuni, un possesso mal tollerato dai martinesi e specialmente dai grottagliesi che spesso ne rivendicarono la proprietà all’Università Locale procedendo più volte alla sua occupazione violenta.
Grottaglie nel Cinquecento aveva, bene o male, vissuti anni tranquilli sotto Isabella d’Aragona e Bona Sforza, e aveva sopportato la proverbiale avidità dei Carafa a cavallo col secolo successivo. Nel secolo XVII conosce anni di miseria e di avvilimento testimoniati nel tumulto del 1647, l’anno della rivoluzione di Napoli e di agitazioni in tutto il regno contro la dominazione spagnola. L’occasione parve propizia e così, anche la mite Grottaglie, ebbe la sua piccola rivoluzione sedata poi, quasi miracolosamente, dalla clarissa Suor Rosana Battista.
Sotto i Cicinelli, i grottagliesi dovettero rimpiangere persino i tristi tempi trascorsi nelle grinfie dei forestieri Castelli e Velluti. Nel 1602, non si sa bene perché, stanziava in Grottaglie una compagnia del Duca di Gravina che sottoponeva tutti, preti e cittadini, a soprusi e prepotenze, non consentendo loro neppure di vendere o comprare qualcosa, in modo che molti rischiavano di morire di fame. Accadde in seguito a questo fatto un’alleanza tra clero e popolo per fronteggiare la triste situazione.
Nel 1624, i cittadini si rivolsero al Capitolo perché la tassazione imposta non corrispondeva alle reali esigenze del paese, chiedendo che un ecclesiastico si recasse in Napoli per servizio dell’Università. Una formale richiesta d’aiuto pervenne dopo due anni e il Capitolo decise di intervenire dopo l’assenso apostolico che, in verità, non giunse. Nel 1627 si organizzarono, nonostante i divieti, processioni quotidiane per gravi bisogni della città. La situazione peggiora al punto che nel Gennaio seguente un gruppo di scelti cittadini fa presente al Capitolo che: “per amore di Dio e per la salute delle anime di questa Patria, di questi poveri cittadini che evidentemente sono stati offesi et aggravati, non avendo persona che prendi i loro parti per essere venuti in miseria, supplicando la carità paterna di soccorrerli con lettera, che si facciano da ‘Signori Superiori Laici’ giustizia, acciò non vada in destruttione questa Patria maltrattata e angariata”.
Nel 1644, il clero decide di aiutare l’Università, oppressa a tal punto che dai 1200 fuochi (famiglie) per i quali era tassata non ne rimanevano che 600, giacché: “la maggior parte, et in particolare gli operarii et bracciali si sono assentati da essa Terra”.
Assistiamo dunque alla fuga delle braccia lavorative e produttrici e ad un inasprimento, per quelli che rimangono, di balzelli e tasse insopportabili.
A Grottaglie si assiste ad un fenomeno d’aumento smodato del numero d’ecclesiastici in concomitanza di un periodo di grande difficoltà politica – istituzionale – economica. Si pensi che nella conclusione capitolare del 10 giugno 1645, sono ammessi al coro ben 65 chierici, e che nel 1663 i soli preti superano il numero di 100, senza contare i frati, i chierici e le monache clarisse.
Nel 1730, D. Giovanni Andrea Cicinelli, morì lasciando erede sua figlia Giulia Maria di appena sei anni, sotto la tutela del prozio Giovanni Battista Cicinelli. Questi, da tutore, s’impossessò del feudo usurpandolo alla pronipote. Sotto il suo governo avvenne la sollevazione del 1734. Ma nel 1774, il suddetto Giovan Battista Cicinelli dovette rinunciare al feudo, tornato in possesso di Giulia Maria, che nello stesso anno andò in sposa a Giacomo Caracciolo dei duchi di Martina, sanzionando l’unione delle famiglie Cicinelli-Caracciolo che durò fino all’abolizione della feudalità. L’estenuante contesa ebbe finalmente una composizione sotto il presulato di mons. Capecelatro, il quale nel 1781, concesse ai Cicinelli – Caracciolo, in fitto perpetuo, non solo il fitto della foresta ma anche tutti i diritti feudali. In altre parole: “la giurisdizione civile con la sua Mastrodattia, la Bagliva, la Riva, la Piazza minuta e la Foresta per l’annuo e staglio di ducati cinquecento settanta”.

Ma né gli arcivescovi, né i feudatari laici ebbero il modo di godersi tale pace ritrovata, poiché, con la “legge napoleonica” del 1806 e con quelle successive del Regno d’Italia, si ebbe l’abolizione della feudalità che spazzò via i diritti e i privilegi di nobili e clero, lasciando loro solo titoli dignitari e nobiliari privi d’ogni sostanza. D’altra parte i sintomi di una volontà rivoluzionaria e democratica si erano già manifestati nel 1799, con l’innalzamento nei vari centri del Regno dei cosiddetti “Alberi della Libertà”.