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Nel 1809, s’abbattè come una scure, la soppressione degli Ordini religiosi con l’incameramento dei loro beni: epoca fatale al monachesimo benestante. E in verità a Grottaglie si era verificato un enorme accumulo fondiario a favore dei quattro conventi (Carmelitani, Minimi o Paulini, Cappuccini e monache di S. Chiara), che possedevano buona parte del territorio: masserie, giardini, abitazioni, senza parlare dei beni mobili. Tra questi il più ricco era quello di S. Francesco di Paola.

Grottaglie figura tra i centri più sottoposti a tasse, preceduta solo da Taranto e Castellaneta. Questi sono anni di smarrimento generale, di esaltazione e di crisi, di congiura politica e di repressione.
Anni che, in Grottaglie, richiamano alla mente la figura di Ciro Annicchiarico. Nato nel 1775, “Papa Ggiru” può ritenersi uno di quei briganti che maggiormente accendono la fantasia e la curiosità: prete a 24 anni, non estraneo alle idee giacobine e rivoluzionarie, venne accusato dell’omicidio di un altro ecclesiastico per gelosia; incarcerato, riuscì a fuggire più volte. Dopo anni di vita solitaria, divenne il capo di una banda di briganti che in breve impaurì il Salento; passò quindi al brigantaggio politico dando nuovo assetto alla setta dei Decisi e mettendosi al servizio della Carboneria; tradito da tutti e fatto oggetto di una vera e propria campagna militare, guidata dal generale Richard Church, venne catturato e fucilato nella pubblica piazza di Francavilla, dopo un processo superficiale, in febbraio 1818.

Chiesa S Francesco di Paola chiostro 1Ma più che la vicenda umana del brigante Annicchiarico, è la situazione politico -religiosa del paese ad incutere timore: la divisione esasperata tra le due fazioni dei Realisti e dei Carbonari portò a violenze e vendette spaventose; lo sbaraglio morale nel clero, rimproverato spesso inutilmente dallo stesso arcivescovo Capocelatro, diresse in breve al ridimensionamento economico e socio–culturale di un elemento, quello religioso, fino ad allora dominante. Irruzioni e appropriazioni si ebbero frequentemente in Grottaglie.
Tra l’entusiasmo e le speranze di pochi, tra la più o meno dichiarata ostilità di altri e tra l’indifferenza dei più, arrivò pure il fatidico 1860 che premiò l’eroica impresa dell’Unità d’Italia.
Un cittadino grottagliese, ingiustamente dimenticato, prese parte alla spedizione: “capitanato dal fulmine di guerra Giuseppe Garibaldi”, e ne ricevé “a causa della libertà, la cecità perfetta di un occhio, nonché la debolezza di vista nell’altro… di più cicatrici nella gamba, per ferite sofferte sul campo di Marte”. Il nome di questa gloria nostrana è Ciro Francesco De Sanctis. Egli aveva già partecipato alla campagna del 48/49 tra le truppe piemontesi in Toscana e aveva poi conosciuto l’esilio. Unica ricompensa per tante fatiche sopportate dal prode combattente, fu una modesta pensione che il Decurionato, a pieni voti propose il 25 maggio del 1861 alla Commissione moderatrice delle pensioni, “tutto mosso dalla pietà di vedere un uomo che si è reso inabile a qualunque lavoro per la causa italiana”.

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Bisogna inoltre ricordare un evento che nel 1839 infiammò ed esaltò il cuore dei grottagliesi: la canonizzazione di Francesco De Geronimo, il grande santo gesuita. Qualche anno dopo, nel 1852, per questo motivo, si stabilì in Grottaglie la prima comunità di Gesuiti.

Degna di ricordo è l’invasione brigantesca del 17 novembre 1862, compita da Cosimo Mazzeo di S. Marzano conosciuto meglio col nome di “Pizzichicchio” e la sua banda.
Più tardi Grottaglie, in nome della libertà e democrazia, si preoccupò di cancellare tracce significative della propria storia; oltre a Porta S. Angelo vennero anche abbattute le mura della città, altre lapidi e stemmi che ricordavano gli anni bui passati. Anche gli ecclesiastici si adeguarono alla insensata opera di devastazione del patrimonio storico e artistico specie negli anni attorno al 1880 che videro discutibili interventi nel massimo tempio cittadino, che contribuirono a sfigurarlo. In tal modo a spese della Collegiata di Grottaglie avvenne una vera e propria profanazione artistica, che perse inoltre irrimediabilmente, il pergamo del 1505, la cupola che si ergeva nel mezzo della crociera, il soffitto di legno a riquadri con tele del 1674 (sostituito con un altro di pessimo gusto) e alcuni affreschi del secolo XIV scoperti dietro i pilastri della sagrestia che furono frantumati e buttati via con stemmi, scudi e iscrizioni del XVI-XVII secolo, perché ritenuta “robaccia”.
Nel 1898, abbiamo l’ennesima sommossa popolare causata come in tutta Italia dalla miseria, dalla disoccupazione, dal disagio generale. Fu subito placata, ma Grottaglie dovette sobbarcarsi al mantenimento di un Delegato di Pubblica Sicurezza, un contingente di truppa, tre ufficiali e un buon numero di carabinieri.
L’attività figulina in questo periodo rappresenta, insieme con l’agricoltura, il lavoro che impiega più addetti.
Sulla ceramica incombe una grave crisi dovuta a diversi fattori: l’innovazione tecnologica con l’introduzione di manufatti in materiale diverso, ben più resistente e conveniente; lo scadimento della qualità; la difficile congiuntura economica e politica. Da tale precaria situazione si tentò di uscire con la creazione di una “Scuola di Ceramica” già dal 1887. La gloriosa Scuola di Ceramica, trasformata oggi nell’Istituto Statale d’Arte per la ceramica, fu “costituita con un consorzio tra governo, comune e camera di commercio, non ebbe vita facile e fu anche chiusa per alcuni anni, prima di riprendere il suo ruolo importante nella ceramica e nella cultura di Grottaglie”. Essa ha avuto tra i suoi direttori “uomini di indubbio prestigio e preparazione professionale, come Camillo De Rossi, Anselmo De Simone, Gennaro Corte, Fiancarlo Polidori e Angelo Peluso”.